Lauree magistrali cliniche “specialistiche” e competenze prescrittive infermieristiche: Non basta il disegno accademico.
- aies23servizio
- 5 giorni fa
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L’annuncio, atteso, dell’introduzione di lauree magistrali ad indirizzo clinico per gli infermieri, con competenze avanzate e possibilità prescrittive limitate, rappresenta senza dubbio un segnale di attenzione verso l’evoluzione della professione e verso i bisogni di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più sotto pressione. Tuttavia, se osservata dal punto di vista dell’emergenza-urgenza, questa riforma rischia, allo stato attuale, di tradursi in un titolo accademico privo di reale collocazione organizzativa, se non accompagnata da una revisione strutturale degli organici, dei modelli operativi e dell’inquadramento contrattuale.
L’area dell’emergenza-urgenza — territoriale e ospedaliera — è già oggi caratterizzata da carenze croniche di personale, elevata complessità clinica, forte esposizione al rischio professionale e crescente difficoltà di copertura dei turni, soprattutto nei servizi di emergenza pre-ospedaliera, nei Pronto Soccorso e nelle aree critiche. In questo contesto, introdurre figure con competenze avanzate e potere prescrittivo su presidi e trattamenti assistenziali senza definire preventivamente ruoli, funzioni, responsabilità e posizionamento negli organigrammi rischia di produrre più confusione che valore.
Nel sistema attuale, l’infermiere dell’emergenza opera già in un setting dove l’autonomia decisionale è elevata, le finestre temporali sono ristrette e l'esatta definizione della responsabilità clinico-assistenziale è sostanziale. Attribuire ulteriori funzioni “avanzate” senza un profilo formalmente disegnato rischia di generare una situazione paradossale: professionisti chiamati a svolgere attività di maggiore complessità, senza che tali attività siano riconosciute come funzioni strutturali del servizio, né remunerate, né coperte da specifici assetti assicurativi (la Legge 24/2017 potrebbe risultare una coperta "corta") e di governance clinica.
Nel E.T., ad esempio, l’introduzione di infermieri con magistrale clinica e competenze prescrittive potrebbe essere interpretata, in modo improprio, come uno strumento per surrogare carenze mediche, anziché come leva per rafforzare modelli multiprofessionali strutturati. Questo approccio potrebbe portare ad aumento del rischio clinico percepito, a tensioni interprofessionali, a un incremento del contenzioso e ad una conseguente assenza di reali benefici sistemici.
Non è la formazione avanzata a essere in discussione, sia chiaro, ma il possibile uso distorto della formazione come risposta a problemi organizzativi non realmente affrontati.
La possibilità prescrittiva, limitata a presidi, ausili, dispositivi e trattamenti assistenziali è spesso presentata come un’estensione “naturale” del processo di nursing. In area emergenza-urgenza, tuttavia, questa estensione può assumere un peso specifico molto maggiore.
Nel contesto del Pronto Soccorso e del soccorso territoriale, ogni atto ha una ricaduta immediata su percorso clinico, responsabilità e utilizzo delle risorse.
Senza protocolli nazionali vincolanti, sistemi di tracciabilità integrati, cataloghi prescrittivi chiaramente delimitati, la prescrizione infermieristica rischia di diventare una zona giuridicamente grigia, dove l’atto è formalmente consentito ma operativamente non governato. In un sistema già esposto a forte pressione medico-legale, questo è un elemento che non può essere sottovalutato.
Il vero convitato di pietra della riforma è il CCNL del Comparto Sanità e, soprattutto, la struttura degli organici aziendali. Ad oggi non esiste nel comparto una figura contrattuale che corrisponda a un infermiere clinico avanzato con responsabilità estese, collocato stabilmente nei servizi di emergenza. L’Area dell’Elevata Qualificazione, introdotta per valorizzare professionalità complesse, è stata pensata prevalentemente per incarichi organizzativi e gestionali, non per ruoli clinici con responsabilità diretta sui processi assistenziali.
Senza una declaratoria di profilo nazionale, un inquadramento economico coerente, contingenti organici dedicati nei Piani del Fabbisogno, le aziende sanitarie non avranno strumenti per assumere, collocare e valorizzare stabilmente questi professionisti. Si ricordi come, anche nell'ultimo contratto nazionale, la laurea magistrale non sia requisito di accesso mandatorio per assumere incarichi di funzione. Il rischio concreto è che la magistrale clinica diventi un requisito “informale” per sostenere carichi di lavoro più elevati, e comunque portatori di maggiori responsabilità, senza reale riconoscimento contrattuale.
Nel SSN regionalizzato, l’assenza di una disciplina nazionale stringente produce inevitabilmente modelli applicativi disomogenei. In emergenza-urgenza questo fenomeno è già evidente: modelli di equipaggio, procedure infermieristiche, utilizzo delle competenze avanzate variano sensibilmente tra Regioni e, talvolta, tra aziende della stessa Regione.
Se la riforma delle lauree magistrali cliniche non sarà accompagnata da standard minimi nazionali di utilizzo delle figure avanzate, il risultato sarà una forte disparità di accesso per i cittadini, percorsi professionali incoerenti, migrazione dei professionisti verso contesti più favorevoli,aggravando ulteriormente le criticità delle aree già in sofferenza.
Per l’emergenza-urgenza, la questione di fondo non è se l’infermiere debba crescere professionalmente — questo è indiscutibile — ma come debba farlo e per quale modello di sistema.
Se la magistrale clinica viene pensata come strumento per rafforzare team multiprofessionali, migliorare la continuità assistenziale, sviluppare percorsi clinico-assistenziali avanzati, allora deve essere inserita in reti strutturate, con ruoli complementari e non sostitutivi delle altre professioni sanitarie. Se invece viene utilizzata, anche implicitamente, come risposta alla carenza di medici nei servizi di emergenza, si rischia di riprodurre un modello fragile, conflittuale e potenzialmente pericoloso, che scarica sugli individui responsabilità sistemiche.
L’area emergenza-urgenza è probabilmente quella che più avrebbe bisogno di figure infermieristiche cliniche avanzate, competenti, stabili, riconosciute. Ma è anche l’area dove l’assenza di un disegno organizzativo e contrattuale chiaro rende queste riforme particolarmente rischiose.
Introdurre titoli, competenze e funzioni senza definire a monte i ruoli, gli organici, le responsabilità, i percorsi di carriera, significa creare aspettative professionali che il sistema non è in grado di assorbire e che sfocerebbero in ancora maggiore frustrazione del personale. In emergenza-urgenza, dove ogni fragilità organizzativa si può tradurre in rischio clinico, questo approccio non è sostenibile.
La vera sfida non è istituire nuove lauree, cosa che avrebbe dovuto accadere già da molti anni, ma ripensare l’architettura dei servizi di emergenza, valorizzando le competenze infermieristiche avanzate dentro modelli multiprofessionali, regolati, contrattualizzati e sicuri. Senza questo passaggio, la magistrale clinica rischia di diventare l’ennesima riforma annunciata (ricordiamo i master clinici?) che non cambia davvero la qualità dell’assistenza né la condizione di chi ogni giorno lavora sulla linea del fronte dell’urgenza.
Questo sarebbe, inoltre, l’ultimo, fatale, colpo all’attrattività professionale dell’infermieristica.
Il richiamo non è, quindi, all’attenzione su una riforma di cui il sistema potrebbe senza dubbio giovarsi, ma sulla, evidente e quasi totale, mancanza di un vero dibattito realmente calato nella realtà organizzativa e contrattuale, con relativa ricerca tempestiva di soluzioni, riguardo alla giusta collocazione e ambito di azione delle nuove figure professionali che da questa riforma deriveranno.
Roberto Romano
Presidente AIES
Accademia Italiana Emergenza Sanitaria





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