Oltre le lacrime - Crans-Montana...e noi.
- aies23servizio
- 5 giorni fa
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Prendersi cura di chi soccorre
La voce si spezza. Gli occhi si riempiono di lacrime. Tutti noi abbiamo visto David Vocat, comandante dei vigili del fuoco di Crans-Montana, confidare davanti alle telecamere, provato dagli ultimi giorni: "Non sono sicuro di voler continuare a fare questo lavoro."
In quelle parole c'è qualcosa che riguarda tutti noi.
Lo shock non è il problema
Quando arriviamo sulla scena di un evento critico, il nostro sistema nervoso passa in modalità operativa: evitamento emotivo, focus, azione. È sopravvivenza. È quello che ci permette di funzionare quando tutto intorno non ha più senso. Ed è esattamente quello che dobbiamo fare.
Lo shock immediato, le lacrime, persino il "non voglio tornare" pronunciato mentre le sirene ancora risuonano non sono il vero problema. Sono risposte umane, fisiologiche, persino protettive.
Ma poi?
La chiamata dopo. Il giorno dopo. La settimana dopo. I mesi dopo. Ecco dove inizia la vera storia.
Quando l'adrenalina cala e si torna a casa nel silenzio. Quando si cercano le parole per raccontare cosa si è visto e non si trovano. O peggio: quando si trovano, ma ci vergogniamo di averle provate o ci sembra di non avere il diritto di pronunciarle, neppure a noi stessi.
Le ricerche ci dicono che il sistema nervoso di chi opera nelle emergenze resta in iperattivazione prolungata anche quando l'intervento è concluso. Non è solo stress – è una riconfigurazione neurobiologica. Si attiva ripetutamente una checklist mentale di sicurezza che scatta sia quando siamo al lavoro, ma compulsivamente anche al supermercato, a cena, prima di dormire.
Il problema non è lo stato di allerta durante il servizio, che ci permette di svolgere il nostro lavoro. Il problema è quando quella allerta non gestita diventa uno stato permanente.
Cosa si nasconde dietro il silenzio
Pensa all'ultima volta che hai vissuto un intervento difficile. Cosa hai provato dopo?
Forse silenzio. Fatica nel trovare le parole. Colpa per una decisione presa in pochi secondi. Vergogna per quello che avresti potuto fare diversamente, anche se razionalmente sai che non c'erano alternative.
Queste non sono debolezze. Sono risposte fisiologiche a un evento extra-ordinario.
Ma la fatica del dialogo, in primis con noi stessi, porta spesso alla chiusura. Ci isoliamo. Pensiamo che nessuno possa capire. Che parlarne significhi ammettere di non essere all'altezza del nostro lavoro. Che le nostre emozioni vadano controllate, quasi come se essere possano essere un tradimento alla nostra identità professionale.
Il valore di chi conosce
I colleghi. I nostri pari. Quelli che hanno visto le stesse scene, che conoscono il peso delle stesse responsabilità.
Loro sono fondamentali. Non perché hanno le risposte, ma perché conoscono le domande. L'aiuto che arriva "da dentro" ha un potere unico. Non sostituisce il sostegno psicologico professionale – lo integra, lo rende accessibile, lo umanizza.
Ed ecco il valore di un caffè, di una birra, di un momento di confronto e condivisione tra occhi che hanno visto le stesse cose.
Il vero rischio
Le lacrime ci colpiscono, ma non sono queste a spaventare.
È il passo successivo: quale dialogo si creerà con quell'evento? La persona troverà risorse per elaborare? Avrà uno spazio sicuro? Avrà il permesso – da se stessa e dalla sua organizzazione – di prendersi quel tempo?
Il rischio non è il crollo immediato. È la sofferenza silenziosa che si accumula. Il trauma non elaborato, trasformato in ipervigilanza cronica, disturbi del sonno, difficoltà relazionali, perdita di senso nel lavoro che un tempo ci riempiva di scopo.
È fondamentale riconoscere il bisogno di cura psicologica come processo strutturato e continuo, non come intervento d'emergenza. Prendersi cura degli operatori significa prendersi cura della comunità e dei pazienti.
Oltre le lacrime, resta la persona
Pensa a te. Alla persona dietro la divisa. Quella che va a casa. Che ha una vita. Che merita cura tanto quanto le persone che soccorre.
Se riconosci qualcosa di te nelle parole di David Vocat, sappi questo: sentirti sopraffatto non cancella tutte le volte in cui hai fatto la differenza. Avere bisogno di tempo per elaborare non significa che non sei tagliato per questo lavoro.
Significa che sei umano. E che meriti la stessa compassione che offri ogni giorno a chi soccorri.
Le lacrime di Crans-Montana ci ricordano che anche i più forti hanno il diritto di essere fragili. Che anche chi salva vite ha bisogno di essere visto, ascoltato, sostenuto tramite progetti strutturati e integrati nei servizi.
Oltre le lacrime, restiamo noi. E anche noi meritiamo cura.
Qual è l'ultima azione di cura per te stesso che ti sei regalato?
Dr.ssa Maria Chiara Pavesi
Rappresentante Profilo Psicologi AIES






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