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Infermieristica dell’emergenza: dove stiamo andando? L'editoriale del Presidente AIES per InfermieriNews


Infermieristica dell’emergenza: i nodi da sciogliere nell’analisi di Roberto Romano, consigliere di Opi Firenze Pistoia e presidente Aies (Accademia italiana emergenza sanitaria) che pubblichiamo integralmente. (accedi all'articolo originale)


“Negli anni successivi al DPR 27 marzo 1992, con l’istituzione del sistema di emergenza territoriale 118, l’infermieristica italiana ha progressivamente occupato uno spazio sempre più rilevante nell’area emergenza-urgenza. Il percorso è stato tutt’altro che lineare. L’autonomia professionale, formalmente sancita da norme quali il DM 739/1994 e la Legge 42/1999, ha richiesto anni di implementazione concreta nei contesti clinici. Il riconoscimento giuridico non coincideva automaticamente – e per certi versi il problema resta in buona parte non superato – con l’accettazione culturale e organizzativa, soprattutto nei rapporti interprofessionali con la componente medica”.


Gli sviluppi tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 nell’infermieristica dell’emergenza


“Eppure, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, l’infermieristica dell’emergenza ha dimostrato sul campo la propria capacità di governare processi assistenziali complessi, sviluppare competenze avanzate in ambito clinico e decisionale, contribuire alla costruzione di percorsi strutturati come il triage infermieristico e i modelli di “See and Treat”. Gli infermieri hanno anche ben dimostrato di poter assumere responsabilità nella gestione diretta extraospedaliera, in particolare sulle ambulanze infermieristiche e nelle centrali operative.

La crescita di credibilità è stata frutto di studio, formazione post-base, esperienza maturata in contesti ad alta intensità decisionale e, non da ultimo, di un confronto talvolta acceso ma produttivo con altre professioni sanitarie”.


L’inversione di tendenza degli ultimi anni: l’indebolimento dei modelli organizzativi

Negli ultimi anni, tuttavia, si osserva una progressiva inversione di tendenza. Percorsi consolidati come il triage infermieristico evoluto e modelli organizzativi assimilabili al “See and Treat” mostrano segnali di indebolimento. In molte realtà, in particolare, aumenta l’ibridazione con la presenza medica, si ridefiniscono ambiti decisionali precedentemente governati dall’infermiere e, così facendo, si riduce la chiarezza delle matrici di responsabilità.

Non si tratta di una fisiologica evoluzione organizzativa, bensì di una ridefinizione talvolta silente degli spazi professionali, con il rischio di un arretramento culturale rispetto a quanto faticosamente costruito. Gli spazi faticosamente raggiunti, anche attraverso la spinta professionale che aveva caratterizzato i movimenti infermieristici dagli anni ’90 ai ’10, appaiono sempre meno vigilati anche dagli stessi colleghi che ne sono parte, per cause che hanno prevalentemente a che fare con una dilagante demotivazione ormai sempre più difficile da controllare”.


I Pronto soccorso: area di elevata elevata esposizione a rischio clinico, legale e psico-sociale

“I Pronto Soccorso italiani sono oggi caratterizzati da un’età media elevata del personale infermieristico, elevatissimi livelli di burnout, politiche di ingresso ed uscita dal sistema che appaiono completamente saltate e carichi assistenziali crescenti in termini di complessità clinica e sociale.

La pandemia del 2020 ha agito da acceleratore di un disagio già presente. L’area emergenza- urgenza è divenuta un luogo di elevata esposizione a rischio clinico, rischio legale (in un quadro normativo segnato dalla Legge 24/2017) e rischio psico-sociale.

Il risultato è il progressivo disinvestimento motivazionale al quale stiamo assistendo, che rende meno attrattivo un settore già strutturalmente complesso”.


L’inserimento di nuove professionalità nell’infermieristica dell’emergenza: un tema non secondario

“Parallelamente, per far fronte alla carenza di organico, o in alcuni casi a situazioni di task shifting a volte poco ragionato e privo di una programmazione che tenga conto della necessità di valorizzare la competenza infermieristica in quanto tale e non per sostituire altre competenze professionali che vengono a mancare, si assiste all’immissione nel sistema di emergenza-urgenza di professionisti molto giovani, talvolta con esperienza, clinica e operativa, molto limitata.

L’emergenza non è un setting neutro: richiede capacità di valutazione rapida, pensiero critico, gestione dell’incertezza, competenze comunicative in condizioni di stress e grande consapevolezza delle responsabilità professionali.

Se l’inserimento non è accompagnato da un tutoraggio strutturato, da percorsi formativi avanzati che facciano grande uso della simulazione, da un sistema di mentoring clinico reale e dalla concessione di tempi adeguati al consolidamento delle competenze, il rischio è duplice: esporre il professionista a un carico eccessivo e impoverire la qualità del sistema“.


“Stiamo governando questo cambiamento o lo stiamo subendo?”

“Non è nostalgia e non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato. La domanda è più radicale: stiamo governando questo cambiamento o lo stiamo subendo?

In un sistema che diventa sempre più complesso – clinicamente, organizzativamente, tecnologicamente – l’infermieristica dell’emergenza non può permettersi una regressione e non può passare in un secondo piano di interesse da parte della Professione.

Occorrono modelli chiari di responsabilità, standard nazionali minimi ed omogenei, investimenti sulla formazione clinica avanzata e una leadership infermieristiche capaci di visione strategica”.


La questione della dirigenza infermieristica

“La questione più delicata riguarda, probabilmente, proprio la dirigenza infermieristica.

Quanto, realmente, questa è in grado di difendere e rilanciare gli spazi professionali conquistati, proporre modelli organizzativi innovativi, sostenere il personale nei contesti ad alta criticità, dialogare con la struttura di governance sanitaria, nelle rispettive aziende, in termini di outcome, rischio clinico e sostenibilità?

Se questo non avviene non resta che una gestione amministrativa dell’esistente, senza una reale capacità di indirizzo clinico-strategico. Situazione molto pericolosa che non può che portare ad un arretramento professionale“.


L’evoluzione a metà delle lauree magistrali a orientamento clinico

“L’introduzione delle lauree magistrali a orientamento clinico rappresenta, sulla carta, un passaggio epocale. Queste potrebbero costituire uno strumento di consolidamento delle competenze avanzate, un ponte verso modelli di advanced practice sulla scorta di molte esperienze internazionali già consolidate con un rafforzamento, conseguente, della leadership clinica infermieristica.

Senza, però, che vi sia un reale riconoscimento organizzativo, una definizione preventiva e chiara di ruoli e responsabilità un inquadramento contrattuale coerente e una reale integrazione nei modelli di governance clinica rischiano di trasformarsi in un investimento individuale privo di ricadute sistemiche e, verosimilmente, anche personali.

Ciò potrebbe generare frustrazione, frammentazione interna e un disallineamento tra aspettative formative e possibilità operative. Un disastro che la Professione non può permettersi”.


Per l’infermieristica dell’emergenza è il tempo della qualità organizzativa

“L’infermieristica dell’emergenza italiana ha dimostrato, negli ultimi trent’anni, di saper crescere, lottare, strutturarsi e guadagnare credibilità.

Oggi si trova di fronte a una nuova fase: meno conflittuale in apparenza, ma forse più insidiosa. Non è più il tempo delle battaglie normative; è il tempo della qualità organizzativa, della solidità formativa e della maturità della leadership.

Abbiamo la visione e la forza per poter guidare questa transizione?

La direzione non è scritta nelle norme e neppure nei contratti. È scritta nella capacità della professione di assumersi, ancora una volta, la responsabilità del proprio futuro”.



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